NOZZE GAY

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Lo so, è da tanto che non scrivo nulla sul mio blog. Ho avuto alcuni problemi personali e quindi non ho potuto.

Oggi voglio occuparmi di qualcosa riguardante l’attualità: le unioni civili per le coppie gay.

Per fare un certo ragionamento parto da lontano. Inizio traendo spunto da quanto ho letto su un sito: clicca qui

Secondo gli psicologi evoluzionisti, la gelosia comparve per la prima volta circa un milione di anni fa nelle pianure africane, dove il maschio preistorico temeva di doversi ritrovare ad allevare figli illegittimi, e dove la femmina temeva di rimanere senza cibo a causa di una fuga d’amore del compagno. Lo stesso principio sembra animare i comportamenti di molte specie, ove pare che maschi e femmine si controllino a vicenda. Ad esempio, in circa il 90 percento di tutte le specie di uccelli, durante la stagione riproduttiva, i maschi e le femmine instaurano degli stretti legami di coppia che sembrano precludere al compagno e alla compagna ogni opportunità di poliginia e di poliandria; oppure, i comportamenti di aggressione del pesce spinarello possono ricordare veramente la gelosia dell’uomo, quando attacca il rivale sessuale; o ancora, i maschi dei babbuini amadriadi, come quelli delle foche, sorvegliano attentamente le compagne e le mordono sul collo quando si distraggono a guardare in direzione di un maschio più giovane.

Charles Darwin individuò alla base della gelosia una ragione evoluzionistica, ritenendola una difesa istintiva della coppia. I comportamenti associati alla gelosia servirebbero ad aumentare le probabilità che i membri della coppia stiano insieme, si riproducano ed allevino i figli fino alla maturità, così da replicare i propri geni attraverso le generazioni.

 

Consideriamo ora le origini del matrimonio e proviamo a fare qualche altra riflessione. Anche per questo tema faccio riferimento ad un altro sito: clicca qui

Se vogliamo eliminare l’aura “sacra” che è attribuita al matrimonio, basta pensare che nell’antichità il matrimonio serviva, sostanzialmente, ad assoggettare la moglie al controllo del marito, il quale la considerava di sua proprietà.

Mi pare abbastanza plausibile che questo assoggettamento della moglie al controllo del marito, rispondeva sempre al suddetto timore del maschio di doversi ritrovare ad allevare figli illegittimi.

Il diritto romano fu il primo ordinamento a introdurre invece l’idea che il matrimonio fosse un libero accordo tra due persone che decidono di vivere insieme, pur sempre rispondendo al primordiale interesse di aumentare le probabilità che i membri della coppia stiano insieme, si riproducano ed allevino i figli fino alla maturità, così da replicare i propri geni attraverso le generazioni.

L’interesse condiviso anche dalla donna si collega sempre al suo primordiale timore di rimanere senza cibo a causa di una fuga d’amore del compagno.

Con l’avvento del cristianesimo, la situazione cambiò radicalmente: al matrimonio fu attribuito, infatti, il valore di sacramento e suo scopo primario divenne la procreazione dei figli; la sacralità dell’unione tra marito e moglie determinò inoltre l’indissolubilità del legame tra i coniugi e l’inammissibilità di ogni forma di scioglimento volontario. Tale impostazione del matrimonio è sopravvissuta in Italia fino alle soglie di questo secolo.

La Riforma protestante, la Rivoluzione industriale e la diffusione dell’ideologia individualista, tipica delle società moderne, hanno comportato nel corso dei secoli significativi mutamenti nel matrimonio come istituzione. Oggi, ad esempio, la scelta del coniuge avviene principalmente per amore; occorre tuttavia sottolineare che pur trattandosi di una scelta in apparenza del tutto individuale, è di fatto fortemente influenzata da numerosi fattori, come le disuguaglianze sociali, le pressioni etniche e religiose, quelle socioeconomiche.

Molti paesi, poi, hanno riconosciuto la possibilità di revocare il contratto sociale tra i coniugi attraverso la separazione legale e il divorzio. La religione cattolica, quella ortodossa e quella induista considerano invece il matrimonio come un vincolo indissolubile e ne concedono lo scioglimento soltanto in alcuni casi eccezionali. La Chiesa cattolica, ad esempio, concede lo scioglimento del vincolo matrimoniale solo in particolari casi e dopo l’intervento del tribunale della Sacra Rota.

La religione induista prevedeva addirittura che la moglie seguisse il marito anche dopo la morte: nel suttee, rito vietato nel 1829 ma ancora diffuso nei primi decenni del Novecento, la vedova era costretta a morire arsa sul rogo che avrebbe bruciato il corpo del marito defunto.

La libera scelta del coniuge è un evento relativamente recente. In Europa infatti, prima dell’industrializzazione, le famiglie erano considerate prevalentemente come unità produttive, unità dedite cioè all’agricoltura e all’artigianato e in tale contesto la scelta del coniuge non era determinata dall’amore o dall’affetto, ma piuttosto dagli interessi sociali ed economici. I proprietari terrieri, ad esempio, erano soliti interferire direttamente nella scelta del coniuge per i loro affittuari, in quanto li consideravano una proprietà. Anche fra i nobili era comune usanza diffusa cercare moglie o marito quasi esclusivamente all’interno della cerchia nobiliare: il fenomeno (detto endogamia) era diffuso anche in molte società orientali: come in India, dove il coniuge veniva cercato fra gli appartenenti alla medesima casta.

In questo modo il matrimonio diveniva un meccanismo sociale di particolare efficacia, in grado di riprodurre la distribuzione diseguale delle ricchezze e dei privilegi fra le diverse classi sociali, di preservare immutati i valori dei gruppi sociali dominanti, di predeterminare le successioni patrimoniali e, in sostanza, di controllare e azzerare ogni forma di mobilità sociale. Proprio a tal fine, in alcuni paesi orientali (Malaysia, India, Giappone ecc.), sono molto comuni i fidanzamenti o i matrimoni tra bambini, in cui è ovviamente determinante la scelta dei genitori. In Cina, fino agli anni Cinquanta, spesso accadeva addirittura che lo sposo e la sposa si incontrassero per la prima volta il giorno delle nozze. La tradizione ebraica invece imponeva la continuazione della famiglia attraverso il levirato, l’obbligo cioè di sposare la vedova di un fratello morto senza figli.

 

Risulta innegabile che il matrimonio, legato alla primordiale esigenza di aumentare le probabilità che i membri della coppia stiano insieme (quindi frutto di un processo assolutamente naturale), abbia assunto nella storia dell’umanità un insieme di significati che lo hanno “arricchito”, conducendolo ad una dimensione psicologica e socio-culturale di non poca complessità, nella quale entrano in gioco anche elementi giuridici ed economici, con tutti i correlati diritti e doveri sanciti dallo stesso istituto del matrimonio.

E adesso cosa succede? Succede che la gente sta cominciando a pensare che il matrimonio sia inutile, se non sostanzialmente scomodo.

Questo perché il matrimonio si scontra con tutta una serie di aspirazioni che vengono ritenute maggiormente prioritarie rispetto al vincolo coniugale, come il divertimento, la “libertà” sessuale, la carriera, gli interessi “personali” ed interferisce con l’individualismo che domina il nostro tessuto sociale.

Sostanzialmente si sta perdendo ogni interesse per le probabilità che i membri della coppia stiano insieme, si riproducano ed allevino i figli fino alla maturità, così da replicare i propri geni attraverso le generazioni.

A dir il vero, anche gli stessi figli risultano quasi un “incidente di percorso”, un fastidio che disturba la nostra vita e la nostra libertà.

E quindi cosa si fa? Si mandano i figli a scuola fino a tutto il pomeriggio e poi, guai a farli tornare a casa! Si portano in palestra, in piscina, al corso di danza, in modo che, “stremati” alla sera, si addormentano presto senza rompere i cogl….

Il matrimonio adesso a cosa serve? Serve solo a garantire una serie di benefici economici, ad esempio quando uno dei due coniugi muore. Per il resto è considerato solo un “fastidio”.

Si nega il valore del matrimonio, accusandolo di essere un “rito ipocrita” o ci si sposa con assoluta mancanza di reale consapevolezza della solidità della propria coppia, tanto poi, anche dopo pochi anni (se non mesi) si può sempre divorziare (e non voglio offendere la tragicità di tutti gli sfortunati casi di chi è arrivato al divorzio con tutta la sofferenza del fallimento del proprio matrimonio) e che importa se ci sono 2 o 3 figli? Si adatteranno! (dalle mie parti si dice che “il Signore, delle volte, offre i biscotti duri a chi non ha denti per masticarli”).

Ma è arrivato il “paradosso”.

Alle coppie eterosessuali non interessa più il matrimonio ed arrivano le coppie omosessuali che fanno le loro battaglie per far riconoscere i loro legami con istituti che si avvicinino, il più possibile, al matrimonio.

Il paradosso non è certamente questo; per me il paradosso è che tante coppie eterosessuali si incazzino per i diritti che vengono riconosciuti agli omosessuali.

Non posso dichiararmi esente da tutta una serie di pregiudizi (dei quali, in realtà, non mi vanto) nei confronti degli stessi omosessuali ed ho tutte le mia “perplessità” sulla legittimità di certe loro rivendicazioni (soprattutto per quanto riguarda il diritto di adozione) che, in ogni caso, la realtà dei fatti condurrà ad una loro inevitabile considerazione (malgrado i tentativi di resistenza di tanti sedicenti benpensanti o della chiesa) ma, in tutta onestà, trovo assolutamente inopportune certe lamentele che mi è capitato di sentire in giro o in TV o che ho letto su certi giornali.

Sostanzialmente i gay stanno lottando per ottenere qualcosa che sia sempre più simile al matrimonio e certi etero si incazzano perché non si crea qualcosa che si discosti quel tanto dal matrimonio, in modo da mantenere i diritti (economici soprattutto) potendo, liberamente, buttare nel cesso tutti gli altri connotati, compresi certi doveri, che la storia (e direi la stessa natura) ha conferito nel tempo allo stesso matrimonio.

Io direi che “è troppo comodo”!

Pretendere i diritti, rifiutando i doveri mi sembra almeno ridicolo (voglio essere benevolo).

Lo so, posso essere criticato di voler difendere la mia identità di uomo sposato, che cerca di autoproclamarsi marito e padre valido.

Io mi sento un po’ come un “ultimo dei moicani”.

Ma vi dico la verità: non mi lamento del mio essere sposato, mi va assolutamente bene!

La vita coniugale non è certamente tutta facile e bella. È fatta anche di difficoltà, arrabbiature, talvolta anche può esserci la noia. Ma mi va bene così, mi va bene essere sposato con la donna con la quale, in cuor mio, ho investito il mio futuro, mi va bene dedicare tutte le mie risorse umane al futuro di mia figlia e mi va bene che tutto questo sia riconosciuto e “certificato” dal matrimonio. La parola matrimonio non mi ha mai turbato e spero di potermi vantare di ciò per tutta la vita.

Credo proprio che la gente sposata sia una “razza in via di estinzione” ed anche in questo caso la realtà dei fatti condurrà a nuovi dimensioni sociali che non potranno essere rifiutate a priori.

Che si butti pure il matrimonio nel cesso (negando il suo valore assolutamente naturale; vedremo poi cosa sarà della nostra società).

Ma lasciamo in pace i gay, se vogliono (con tutto il diritto) vivere con pieno riconoscimento civile i loro legami sentimentali. Per le adozioni possiamo ancora riflettere, direi con ESTREMA ATTENZIONE, perché non si tratta del diritto di avere un figlio (in realtà questo diritto è “discutibile” per chiunque, compreso per gli etero), bensì del diritto di avere dei genitori (il vero diritto di ogni bambino).

 

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Un saluto da Renato

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