COME IMPARARE L’OTTIMISMO

Il tema di cui mi sto interessando in questo periodo è l’ottimismo.

Non mi riferisco all’ottimismo “cieco”, molto più simile all’incoscienza.

Considerato che, fondamentalmente ed innegabilmente, io sono un pessimista, ho cercato una soluzione a tale condizione che spesso può rappresentare un problema (e per me lo è).

In realtà, esistono dei vantaggi sia dall’essere ottimista che dall’essere pessimista. Il pessimista si accorge prima dei pericoli; l’ottimista sfrutta meglio le opportunità.

L’equilibrio sta nell’ottimismo con gli “occhi aperti”.

Di questo tipo di ottimismo si è occupato, con le sue ricerche, un illustre psicologo americano: Martin Seligman.

Ho letto un suo saggio “Imparare l’ottimismo” che ho trovato estremamente interessante.

Ho deciso che il 2015, per me, sarà l’anno dedicato all’apprendimento dell’ottimismo.

Dallo studio del “metodo Seligman” ho tratto alcuni principi che sto cercando, gradualmente, di applicare.

Di seguito, espongo la parte che ritengo centrale delle teorie di Seligman.

Sia l’ottimismo che il pessimismo derivano dalla spiegazione che diamo agli eventi che, a sua volta, determina sia il modo con cui noi stessi reagiamo emotivamente ad essi sia le nostre azioni (o non azioni) conseguenziali.

Il significato che noi attribuiamo ad ogni singolo evento si fonda, sempre, su delle nostre opinioni. Queste opinioni si possono meglio definire come “credenze”, in quanto noi crediamo ciecamente in esse, anche se in realtà ciò non significa che siano necessariamente vere.

La spiegazione, che noi diamo agli eventi, può essere “rimodulata” da una corretta “discussione interiore”, che valuti e gestisca le nostre credenze e, quindi anche, gli stessi eventi.

La discussione si attua per mezzo di quattro procedure:

1) PROVE
2) ALTERNATIVE
3) IMPLICAZIONI
4) UTILITA’

Queste quattro procedure, il più delle volte, possono essere utilizzate insieme in successione. Si potranno cercare le prove a favore e contrastanti le nostre credenze, le ipotesi alternative, ridimensionare le implicazioni e valutare cosa è veramente più utile.
In alcuni casi, sarà sufficiente fermarsi con una delle quattro procedure, senza bisogno di procedere oltre, riuscendo subito a risolvere la situazione.
Tuttavia, ogni procedura può permettere di consolidare quanto ottenuto con la precedente; dimostrare (prove) che una credenza è infondata può bastare a sentirsi meglio, ma il risultato sarà più “solido” se troveremo anche concrete spiegazioni alternative all’evento negativo, riuscendo anche a ridimensionare le implicazioni (la gravità dell’evento) ed adoperandosi pragmaticamente (utilità) per migliorare la situazione.

Di seguito si descrivono le suddette procedure per la discussione:

PROVE (la credenza e vera?)

Chiediti quali prove (FATTI sicuri ed oggettivi) dimostrano che la tua credenza è vera? Cerca le prove che dimostrano che la credenza è falsa!
Considera FATTI veri e non semplici congetture anche altrui.

 

ALTERNATIVE (ci sono altre spiegazioni?)

Cerca spiegazioni alternative dell’evento che NON siano permanenti, pervasive e personali.

 

IMPLICAZIONI (l’evento avverso è veramente così grave?)

Devi “decatastrofizzare”! Lascia perdere il perché dell’evento avverso e considera, ora, le possibili conseguenze dello stesso evento. Sono veramente così gravi?
Se la credenza non può essere negata e/o sostituita, puoi RIDIMENSIONARE le implicazioni dell’evento avverso. Le implicazioni sono le ripercussioni, su di te, dello stesso evento. Puoi ridurre la loro permanenza (qual è la probabilità che le implicazioni si verifichino?) la pervasività (l’effetto correlato può essere più limitato e specifico) e personalizzazione (l’effetto correlato può non coinvolgerti personalmente).

Se si è verificato un evento avverso, chiediti quali conseguenze peggiori si possono ripercuotere su di te e cosa puoi fare per evitare queste implicazioni negative. Quali risvolti migliori possono verificarsi e cosa puoi fare per favorirli. Tra tutte le possibili implicazioni (peggiori e migliori), quali sono più probabili? Cosa puoi fare per controllarle?

Una volta che si ridimensiona il valore negativo delle implicazioni, bisogna confermare ciò con delle prove (FATTI sicuri ed oggettivi).
Considera che anche un’eventuale spiegazione “alternativa” dell’avversità può determinare delle implicazioni migliori.

 

UTILITA’ (conviene prima impegnarsi per porre rimedio all’evento avverso?)

In alcuni casi, oltre a risultare inopportuno “rimuginare” la credenza, può essere difficile ridimensionare la gravità dell’evento avverso (non puoi “decatastrofizzare”).
In questi casi è più utile gestire nel modo migliore la conseguenza (la tua reazione emotiva e comportamentale), in modo che non ti impedisca di porre un rimedio all’evento avverso, senza occuparti della credenza.
Soprattutto se la conseguenza rischia di impedirti di risolvere un grave evento avverso (ed oltretutto non c’è tempo per la discussione), è meglio usare la tecnica della DISTRAZIONE:

nella tua mente devi dirti BASTA!
Prendi nota della credenza e fissa un momento successivo per discuterla. Così facendo, allontanerai dalla tua mente ciò che può determinare una tua reazione che, in quel contesto, non puoi permetterti.

Anche se la discussione successiva non ti permettesse di negare o sostituire la credenza e non riuscissi a ridimensionare le implicazioni dell’evento avverso, puoi subito cercare il modo migliore con cui CAMBIARE la situazione, anche se la credenza sul momento è vera. Dovrai impegnarti a trovare soluzioni e/o possibili compensazioni.

Cerca sempre di essere pragmatico e ricorda che il modo migliore per fare una cosa è farla!

È sempre meglio applicare questa procedura anche se risulti subito possibile utilizzare le altre procedure della discussione per neutralizzare efficacemente la credenza negativa e ridimensionare le implicazioni; il tuo impegno concreto, per risolvere subito il problema ed evitare il ripetersi dell’evento avverso, sarà sempre utile per il futuro.

Riassumendo: puoi dimostrare che la credenza è falsa, trovare significati alternativi degli eventi, ridimensionare la gravità degli stessi eventi e gestire pragmaticamente le tue reazioni emotive e comportamentali per cambiare la situazione.

Spero che questo articolo ti sia utile.

In seguito, spero di approfondire il tema con qualche altro post.

Se vuoi, lascia pure un commento e se lo ritieni opportuno fai conoscere questo blog ai tuoi amici. Sarà bello “discutere” insieme.

Ciao; alla prossima.

 

Considerato che, come tutti i blog, anche il mio è un “diario in rete”, i testi sono presenti sulla pagina web in ordine anticronologico (visualizzi prima i messaggi più recenti). Pertanto se vuoi sapere perchè esiste questo blog e conoscere la sua origine puoi leggere “L’INIZIO” (http://lalucedisperanza.altervista.org/linizio/)

 

 

 

2 thoughts on “COME IMPARARE L’OTTIMISMO

  1. rosariadaidone@yahoo.it'sara il said:

    Ciao Renato, ho dato un’occhiata….condivido appieno sulla mancanza di confronto diretto e schietto come si faceva un tempo……anche io sono arrivata alla conclusione che occorre avere un’idea di progetto a cui tendere…ma leggendo mi sembra troppo da dimostrazione matematica…e sai, forse non più, che io rifuggo….non mi piace schematizzare. credo invece che si debba partire da un’idea più o meno chiara e poi occorre lasciarla lavorare dentro e fuori di te….che faccia il suo corso………e scoprirai cose inaspettate e sorprendenti……un abbraccio

    • lucedisperanza@email.it'Renato il said:

      Credo di comprendere la tua posizione.
      Dare una prevalenza alle emozioni e sentimenti è, oltre che legittimo,
      anche uno “stile esistenziale” diffuso.
      Le emozioni ed i sentimenti sono un aspetto IMPORTANTISSIMO della vita.
      Penso, tuttavia, che il pensiero sia altrettanto importante e con esso il
      linguaggio, intesi (principalmente) come funzioni del nostro cervello.
      In modo, probabilmente, “illusorio” c’è chi si sente “più portato” per le
      emozioni, chi si sente “più razionale”.
      In realtà, la natura umana è costituita da tante cose, messe insieme.
      Sicuramente, tra i “razionali” ci sono io; nota bene, ho detto “razionale”
      non intelligente!
      Ho sempre sentito il bisogno di “tradurre” i sentimenti in pensieri e parole.
      E’ per questo che, da sempre, mi affascina trovare altri capaci, meglio di me,
      di descrivere questi “modelli” della natura umana.
      Recentemente mi hanno incuriosito le teorie di Martin Seligman perché,
      innegabilmente, la psicologia cognitivista si adatta molto al mio modo di
      intendere la natura umana.
      E’ solo una chiave di lettura della nostra esistenza, ma probabilmente non è
      l’unico modo.
      Un saluto e grazie del tuo commento.

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