FILO CONDUTTORE

 

Oggi metto a dura prova la tua attenzione (e pazienza).

Al liceo andavo piuttosto bene in Filosofia. Forse perché sono particolarmente portato per le “seghe mentali”. Sono fermamente convinto che sia assolutamente FALSA l’affermazione che “la filosofia è quella cosa, con la quale o senza la quale, tu rimani tale e quale”.

La filosofia È VITA e ritengo che sia strettamente correlata anche alla psicologia, non perché la psicologia sia uno “scopiazzamento” della filosofia stessa, bensì perché entrambe si occupano, pur con metodi discretamente diversi, della mente umana e del suo rapporto con ogni aspetto della vita.

Spero di non peccare di eccessiva superficialità affermando che oltre alla filosofia ed alla psicologia, un altro “strumento” importante della nostra mente sia la religione. Sicuramente nella religione non si può tirare in ballo solo la mente, tuttavia non credo che esista vera religione senza la “ragione”. La religione è anche (e soprattutto) un altro modo di cercare delle risposte necessarie alla nostra esistenza.

Ebbene si. Forse ho messo in un confuso “calderone” psicologia, filosofia e religione e sicuramente, i temi che condivido con te, in questo blog, sono correlati a queste mie convinzioni ed alla mia particolare propensione per le “seghe mentali”.

Adesso potrai pensare: ma dove vuole andare a parare Renato, con questo noiosissimo sproloquio?

Sto cercando di fare il punto della situazione.

Come puoi vedere, leggendo altri articoli di questo blog, nel percorso di crescita personale che condivido con te, mi sono accostato ad alcune teorie psicologiche, come quelle di Martin Seligman; ho trovato estremamente interessanti anche i principi legati alla Mindfulness; sono stato attratto dalle idee di Leo Babauta del quale ho, anche, iniziato a presentarti la sintesi di alcuni brani del suo manuale Zen to Done; ho provato profonda ammirazione per la saggezza di Thich Nhat Hanh e mi sono accostato al pensiero di Anthony de Mello.

Ti assicuro che io stesso sono sorpreso, dal cominciare a rendermi conto che sto percorrendo questo mio “viaggio” tutto su un unico filo conduttore.

Per il momento, però, mi fermo dal continuare ad annoiarti con queste mie “elucubrazioni” e sperando che tu abbia ancora la forza per continuare a leggere questo articolo, ti propongo un brano (piuttosto “corposo”) che ho recentemente letto in un libro proprio di Anthony de Mello (Messaggio per un’aquila che si crede un pollo).

Ti assicuro che riprenderò in seguito ad esporti le mie considerazioni sul legame che penso che ci sia tra vari articoli del mio blog.

 

Ecco cosa scrive de Mello nel suo libro (in verità, già nel precedente articolo ti avevo presentato parte dello stesso brano):

Vi chiedo di scrivere su un pezzo di carta una brevissima descrizione di voi stessi – per esempio, uomo d’affari, prete, essere umano, cattolico, ebreo, qualsiasi cosa. Spero che questo sia il frutto dell’osservazione di voi stessi, come se aveste osservato un’altra persona. Però fate attenzione: è l'”io” che osserva il “me”. Sembra che gli animali non possano farlo assolutamente. Sembra dunque che sia necessaria una certa quantità di intelligenza per poterlo fare. Può il pensatore conoscere se stesso? «Può il coltello tagliare se stesso? Può il dente mordere se stesso? Può l’occhio vedere se stesso? Può l”io” conoscere se stesso?» Ma in questo momento mi interessa qualcosa di molto più pratico, e cioè la decisione di ciò che”io” non è.
Ascoltate ciò che vi dico: io sono i miei pensieri, i pensieri che sto pensando? No. I pensieri vanno e vengono; io non sono i miei pensieri. Sono il mio corpo? Dicono che ogni minuto che passa milioni di cellule del nostro corpo cambiano e si rinnovano, cosicché nel giro di sette anni non ci rimane in corpo nemmeno una singola cellula vivente tra quelle che avevamo sette anni prima. Le cellule vanno e vengono, nascono e muoiono. L”io”, invece permane. Dunque, io sono il mio corpo? Evidentemente no! L”io” è qualcosa di diverso e di più, rispetto al corpo. Forse si potrebbe dire che il corpo fa parte dell”io”, ma è una parte che varia. Continua a muoversi, a cambiare. Usiamo lo stesso nome per definirlo, ma cambia continuamente. Proprio come chiamiamo cascate del Niagara le cascate del Niagara, pur essendo queste costituite da acqua che cambia continuamente.
Usiamo lo stesso nome per una realtà in continua evoluzione. E il mio nome? É forse “io” il mio nome? Evidentemente no, perché posso cambiare il mio nome senza cambiare l”io”.
E la mia carriera? E le mie convinzioni? Dico che sono un cattolico, un ebreo – è forse questa parte essenziale dell”io”? Quando passo da una religione all’altra, l”io” è cambiato? Ho un “io” diverso o è lo stesso “io” che è cambiato? In altre parole, il mio nome è parte essenziale in me, dell'”io”? La mia religione è una parte essenziale dell'”io”?

Le etichette sono davvero importanti per noi. «Sono repubblicano» diciamo. Ma lo siamo davvero? Non si può certo affermare che, quando si cambia partito, si cambi anche l'”io”. Non è forse il solito vecchio “io”, con delle nuove convinzioni politiche?

Passiamo gran parte della nostra vita a reagire a delle etichette, le nostre e quelle degli altri. Identifichiamo le etichette con l'”io”. Cattolico e protestante sono etichette molto frequenti.
Quando si è intrappolati dalle etichette che valore hanno etichette, in relazione all'”io”? Potremmo dire che l'”io” non è rappresentato da alcuna delle etichette che noi gli attribuiamo? Le etichette appartengono al “me”. Quello che cambia continuamente è il “me”. L'”io” cambia? L’osservatore cambia? Il fatto è che, quali siano le etichette che vi vengono in mente (eccetto, forse, quella di essere umano), le dovreste applicare al “me”.
L'”io” non è niente di tutto questo. Dunque, quando uscite da voi stessi e osservare il “me”, non vi identificate più con il “me”. La sofferenza esiste dentro il “me”, e così, quando identificate l'”io” e il “me”, inizia la sofferenza. Poniamo che abbiate paura, o un desiderio, o delle ansie. Quando l'”io” non si identifica con il denaro, o il nome, o la nazionalità, o le persone, o gli amici, o qualsiasi qualità, l'”io” non è mai minacciato. Può essere molto attivo,  ma non è minacciato. Pensate a qualcosa che vi ha causato o vi causa dolore, preoccupazione o ansia. Prima di tutto, riuscite a individuare il desiderio sotto quella sofferenza? Capite che c’è qualcosa che desiderate ardentemente, e che questo vi causa sofferenza? Cos’è quel desiderio? Secondo, è soltanto un desiderio; è in un atto un’identificazione. In qualche modo, avete detto a voi stessi: «Il benessere dell'”io”, quasi l’esistenza stessa dell'”io” sono legati a quel desiderio». La sofferenza è dovuta unicamente alla mia identificazione con qualcosa, che sia al mio interno o all’esterno.

 

Probabilmente, proprio la lettura del libro di de Mello è stata la principale fonte di ispirazione per le considerazioni che ho fatto all’nizio di questo articolo. Riprenderò a parlarne un’altra volta.

 

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Ciao; alla prossima.

 

Considerato che, come tutti i blog, anche il mio è un “diario in rete”, i testi sono presenti sulla pagina web in ordine anticronologico (visualizzi prima i messaggi più recenti). Pertanto se vuoi sapere perchè esiste questo blog e conoscere la sua origine puoi leggere “L’INIZIO”.

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