COME LA MAMMA

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 In un articolo precedente ho introdotto il tema della COMPASSIONE

La ricerca di ogni “strumento” utile per la mia crescita personale mi ha fatto approdare su questo tema in modo piuttosto “curioso”. Infatti il mio interesse iniziale si era rivolto al tema dell’AUTO-COMPASSIONE ritenendola assolutamente utile come valida integrazione, correlata all’obiettivo di miglioramento del mio “ottimismo” ed al mio recente accostamento alla pratica della Mindfulness.

Cercando di capire cos’è l’auto-compassione ho dovuto analizzare il significato della compassione.

Nella nostra lingua alla parola compassione sono associati spesso significati negativi, a volte addirittura dispregiativi (pietà, commiserazione, compatimento, indulgenza). Ma se la spogliamo di queste implicazioni negative, compassione semplicemente vuol dire: provare una particolare sensibilità alla sofferenza – nostra e degli altri – unita al desiderio di alleviarla.

Pare che Buddha abbia detto che per conoscere cosa sia la compassione, basta guardare negli occhi di una madre o di un padre mentre cullano il loro bambino malato e febbricitante.

La compassione non può eliminare il dolore (così come una carezza della mamma non basta a far passare la febbre alla figlia malata), perché non c’è una soluzione o una risposta a ogni conflitto o sofferenza di questo mondo, ma la sofferenza che ne deriva può finire e finisce in ogni momento in cui ci impegniamo a rivolgerci verso la difficoltà anziché distogliercene.

Se è vero che non possiamo evitare il dolore e che il dolore è una parte dell’esperienza della vita, bisogna comprendere, con profonda consapevolezza, che la sofferenza nasce dalla resistenza a quel dolore. La sofferenza non è ciò che provoca il dolore, ma la reazione – offesa, indignata, ferita – al dolore provato. E’ definibile come il risultato del dolore amplificato dal fatto che cerchiamo di resistere – in modo improprio – al fatto di provare dolore.

La nostra sofferenza – continuando nella distinzione tra dolore e sofferenza – è causata dal fatto che quell’evento non avrebbe dovuto accadere, che le cose, nella nostra aspettativa, sarebbero state diverse. Più resistiamo al fatto che la cosa è successa, più soffriamo.

Se giudichiamo e resistiamo a ciò che è accaduto, non solo ci esponiamo ad una maggiore rabbia e frustrazione ma offuschiamo la nostra possibilità di fare saggiamente il passo successivo.

Essere consapevoli significa accettare il presente, sapendo che la differenza tra dolore e sofferenza, implica una differenza in come sarà il nostro futuro. Il dolore ha una durata temporale e poi svanisce, la sofferenza può essere eterna perché è alimentata direttamente da noi.

Quando incontriamo qualcuno che soffre o siamo noi a soffrire, la guarigione più importante che possa avvenire in quel momento per quella persona o per noi stessi è essere ascoltati, essere accolti, essere abbracciati con cuore aperto. Nel turbine del dolore non sono sempre necessarie le parole. Quello che è sempre necessario è un bisogno profondo di essere connessi. La sofferenza e il dolore vengono sorretti meglio con un quieto e comprensivo silenzio. Le parole e le risposte del coraggio e della saggezza, che sono quelle necessarie, nasceranno da quel silenzio molto più facilmente che non dall’agitazione o dalla disperazione.

Per riuscire a provare compassione verso se stessi, bisogna imparare a prendersi cura di se stessi.

Perché sia possibile nutrire un vero atteggiamento di cura nei confronti di se stessi è necessario prima riconoscere la natura e la profondità del nostro dolore.

Quando riconosciamo dentro di noi l´istinto di cura per se stessi, siamo maggiormente inclini ad estenderlo anche nei confronti degli altri.

La Mindfulness ci offre la possibilità di sentire il nostro dolore, rimanendo fuori dal dramma che ci costruiamo accanto.

Un valido strumento per “imparare” l’auto-compassione è la Meditazione di Metta. Questa meditazione usa il potere della connessione con gli altri, tanto quanto la mindfulness usa il potere dell´attenzione focalizzata (ad esempio sul respiro). La consapevolezza è il fondamento della gentilezza.

Così come è importante imparare ad ancorarsi al corpo e imparare ad ancorare le emozioni al corpo, è altrettanto importante imparare ad usare le parole come ancora dell´attenzione.

È assolutamente importante che si abbandonino le proprie aspettative su come sentirsi durante i periodi di tale pratica: i cambiamenti positivi possono arrivare in modo inaspettato e improvviso, non determinato direttamente dalla nostra volontà.

Il Buddha insegnò ai monaci la pratica della benevolenza ( Metta ) come pratica per disperdere la paura. Così disse:

Dovete praticare irraggiando benevolenza senza alcun timore

Si può osservare una risonanza in altre religioni, specie nell’ambito cristiano con la Prima Lettera di Giovanni laddove si dice che “l’amore scaccia la paura”.

Il timore che proviamo nell’essere auto-compassionevoli nasce dalla nostra abitudine a vedere e marcare i nostri lati negativi e quelli degli altri.

L’auto-compassione è qualcosa alla quale non siamo abituati. Possiamo, invece, prendere in mano questa situazione insolita, senza giudicarla e osservarla senza scacciarla, ma vedendo che ci sta dicendo come siamo fatti dentro, lo sta gridando… ascoltiamola.

Se non abbiamo benevolenza anzitutto verso noi stessi, è difficile far sorgere l’intenzione duratura di praticare metta verso gli altri. Anche Gesù disse: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Come già detto, la Meditazione di Metta è uno strumento validissimo per acquisire l’auto-compassione. Nella tradizione Buddhista, il primo personaggio verso il quale si trasmette la Metta è “se stessi”. Spesso, insegnando Metta in occidente, si è capito che è meglio posporci perché possono nascere forti difficoltà ad essere i primi a subire la pratica.

Un primo suggerimento molto pratico è quello di ripetere le frasi tradizionali, della Meditazione di Metta, verso una persona cara, un amico, un animale, una pianta, o comunque un soggetto sul quale ci venga facile sentire un senso di apertura all’amore.

Insistere su questo soggetto senza imporre se stessi (se questo crea problemi). Senza imposizioni, altrimenti non funziona. Durante la giornata provare a ripetere queste frasi, ovunque vi troviate, e mandare un augurio a tutto campo, gratuito.

Un secondo suggerimento pratico può essere di notare chi è seduto accanto a noi in un posto pubblico: indirizzare verso costui le frasi di metta, senza cancellare dalla mente quelle frasi come “guarda come si e’ vestito questo… che tu possa essere felice”. Accanto alla mente meccanica, attivare la mente consapevole di metta. Si tratta solo di ricordarsi di praticare.

Pensando a qualcuno che, nella tua vita, è molto caro e prezioso, puoi dedicargli frasi della Meditazione di Metta che possono essere di questo tipo:

  • Possa “nome di questa persona” conoscere una diminuzione delle difficoltà

  • Possa “nome di questa persona” conoscere la pace e la tranquillità – almeno per un po ‘

  • Possa “nome di questa persona” conoscere la felicità e la gioia – almeno per un po ‘

  • Possa “nome di questa persona” essere in grado di prendersi cura della propria sofferenza

Focalizza la tua attenzione, non giudicante, su queste parole e sul tuo sentimento di benevolenza e compassione rivolta alla persona cara. Poni la tua attenzione sulle sensazioni, immagini e pensieri che emergono nel tuo corpo e nella tua mente. Basta notare questi pensieri, sensazioni fisiche ed emozioni – con dolce curiosità, senza giudizio.

Quando ti senti pronto, prova a dedicare gli stessi pensieri, le stesse sensazioni ed emozioni a te stesso e rivolgiti le seguenti frasi:

  • Che io possa conoscere una diminuzione delle difficoltà

  • Che io possa conoscere un po’ di pace e la tranquillità nella mia vita – almeno per un po ‘

  • Che io possa conoscere un po’ di felicità e la gioia – almeno per un po ‘

  • Che io possa sentirmi capace di prendermi cura della mia sofferenza

Attenzione, però, a non fare una falsa Meditazione di Metta: guardando una persona o se stessi con molta critica non la si può “spalmare” di frasi di Metta. Dobbiamo accorgerci che siamo sintonizzati con la mente sui difetti, che stiamo cercando la prova dell’esistenza del difetto, che la ragione è la nostra perché l’abbiamo detto e previsto. In tal modo pronunciare frasi di Metta è del tutto inutile.

Usare la pratica di Metta in questo modo… non e’ fare pratica di Metta.

Meglio e più conveniente è chiederci se ci sta bene rilevare tutte le mancanze, nostre e altrui, oppure comprendere che è solo una sofferenza che siamo abituati a causarci e a causare nelle persone intorno a noi?

Osservare questo rimestare mentale sui difetti nostri e altrui è fondamentale. Un aiuto alla pratica di Metta è il riflettere sul fatto che come noi desideriamo la felicità anche gli altri desiderano la felicità.

La persona capace di provare auto-compassione, quando si confronta con i fallimenti, offre a se stessa un caldo abbraccio. Non si giudica, non si arrabbia, non si fa del male, non si sminuisce. Si comprende con gentilezza.

Il segreto dell’auto-compassione è quello di comprendere ed accostarsi amorevolmente al proprio dolore, senza perdere tempo a dirsi “ho fatto male oppure ho fatto bene”. Non giudicare la causa del dolore, ma prendersi cura della propria sofferenza, con lo stesso amore di un genitore.

L’obiettivo non è di certo quello di darsi sempre e comunque una giustificazione. Ma di capire che davanti alle difficoltà, l’amico che ti tende una mano è molto più utile del signor giudice iper-critico che ti molla un calcio nel sedere buttandoti definitivamente a terra.

Il primo ti aiuta davvero a rialzarti. Quell’altro ti affossa sempre di più.

I tre pilastri dell’auto-compassione

Cosa significa veramente l’auto-compassione?

Significa essere sensibili alle nostre stesse sofferenze – grandi o piccole che siano – e provare il desiderio di alleviarle.

Nel 2003, Kristin Neff, una psicologa e ricercatrice americana dell’università del Texas, ad Austin, ha introdotto il costrutto della Self-Compassion che descrive questa attitudine come la risultante di tre abilità di base:

La gentilezza: essere comprensivi verso se stessi davanti ai propri limiti. Non ignorarli e non farli più grandi di quello che sono.

La condivisione: comprendere a fondo che la sofferenza è parte dell’esperienza umana. Significa non sentirsi soli davanti ai nostri problemi perché sappiamo che paura, dolore, fallimento, delusioni, fatiche e ansie sono emozioni che tutti provano.

La consapevolezza (mindfulness): essere consapevoli delle emozioni negative, senza reprimerle e senza esagerarle. Diventare quindi capaci di osservare il flusso dei pensieri e delle emozioni, senza identificarsi con esse.

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Penso che se riuscirò ad “imparare” l’auto-compassione, la mia vita sarà migliore. Se riuscirò ad insegnare l’auto-compassione a mia figlia, farò la cosa migliore che possa fare un padre. Spero di riuscirci.

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Tutto quel che ho scritto in questo articolo è principalmente tratto da quanto ho letto dalle seguenti fonti:

La compassione; Christina Feldman; Discorso tenuto a Roma il 28 gennaio 2000.

Distinguere tra dolore e sofferenza; Bioenergetica e società – Nicoletta Cinotti

Prendersi cura di se stessi; Francesco Sansone

Metta secondo Corrado Pensa; La panchina del Monastero

Autocompassione e resilienza. Una strana coppia?; My Way Blog – Marina

Utilità della Self-Compassion e della Compassion-Focused Therapy nella terapia Cognitivo Comportamentale; Il blog APC e SPC – Psicoterapia, Ricerca e Formazione; Nicola Petrocchi

COMPASSION MINDFULNESS; Living Well – Mindfulness Exercises

 

Spero che non sia stato troppo noioso leggere questo articolo, data l’insolita lunghezza rispetto ad altri presenti nel mio blog, ma come ho già detto in precedenza il tema trattato ha una ENORME vastità.

Se vuoi, lascia pure un commento (giù in basso c’è un apposito spazio) e se lo ritieni opportuno fai conoscere questo blog ad altre persone. Ad esempio puoi inviare il link per il blog Hope ad almeno tre tuoi amici, tramite un “copia ed incolla” in una mail. Sarà bello condividere le idee.

Ciao; alla prossima.

 

Considerato che, come tutti i blog, anche il mio è un “diario in rete”, i testi sono presenti sulla pagina web in ordine anticronologico (visualizzi prima i messaggi più recenti). Pertanto se vuoi sapere perchè esiste questo blog e conoscere la sua origine puoi leggere “L’INIZIO”.

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2 thoughts on “COME LA MAMMA

  1. Buona sera Renato,
    grazie per avere citato il mio articolo tra le fonti.
    In bocca al lupo per il tuo progetto, che mi sembra interessante. Vedo qualche punto di contatto con i temi che tratto nel mio blog; tornerò a leggerti con piacere.

    Marina

    • lucedisperanza@email.it'Renato il said:

      Ciao Marina, mi lusinga tanto il tuo apprezzamento.
      Ho trovato il tuo articolo sull’auto-compassione e la resilienza estremamente chiaro ed efficace, soprattutto considerata la “complessità” del tema (la compassione non è una cosa banale!); credo che sia utile a tutti riflettere su questi argomenti (io ci provo).
      Ti ringrazio, di cuore, per il tuo commento.
      Leggerò volentieri (e consiglierò ad altri di farlo) i tuoi articoli nel tuo ottimo blog.

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